Dolomiti di Brenta Trail
Dolomiti di Brenta Trail, Dieci anni di storie: Sabato 5 settembre Molveno festeggia il decennale, al via oltre 1000 runner da 36 Paesi
Foto di Organizzatori
Dieci anni si possono raccontare con i numeri: oltre 1.000 runner, 36 Paesi rappresentati, tre distanze tutte sold out. Oppure attraverso le persone. Quelle che dal 2016 tornano ogni anno sulla linea di partenza, quelle che lavorano per mesi dietro le quinte, quelle che presidiano i sentieri, accolgono gli atleti, preparano i ristori e fanno sì che, per un giorno, le Dolomiti di Brenta diventino il terreno di una grande festa del trail running. Il 5 settembre 2026 il Dolomiti di Brenta Trail celebra a Molveno la sua decima edizione. Un traguardo che racconta la crescita di una manifestazione nata da un gruppo di appassionati e diventata negli anni un appuntamento internazionale, senza perdere lo spirito con cui tutto era cominciato.
Dopo l'Italia, le delegazioni più numerose saranno quelle di Olanda e Germania, ma sulle rive del Lago di Molveno arriveranno atleti anche da Cile, Messico, Taiwan, Corea del Sud, Madagascar, Etiopia, Hong Kong e Australia.
Tre distanze per tre modi diversi di entrare nel cuore delle Dolomiti di Brenta.
La 64 km, con 4.200 metri di dislivello positivo, è la prova regina: un percorso tecnico ed esigente tra rifugi, forcelle e sentieri d'alta quota, nel cuore più selvaggio del gruppo dolomitico.
La 45 km, con 2.850 metri D+, parte dalle rive del Lago di Molveno e attraversa boschi e pascoli toccando Croz dell'Altissimo, rifugio Selvata, Malga Andalo e La Montanara, alternando tratti corribili e salite più tecniche.
La 21 km, con 1.250 metri D+, è il percorso più accessibile e negli anni è diventata per molti runner la porta d'ingresso nel mondo del Dolomiti di Brenta Trail, tra boschi, pascoli, rifugi e continui scorci sul lago e sulle vette.
Numeri importanti, ma il decennale si racconta soprattutto attraverso chi questi dieci anni li ha vissuti tutti.
CHRISTIAN MODENA: «CORRERE QUI È COME CORRERE A CASA»
Christian Modena è uno dei sei “senatori” che non hanno mai saltato un’edizione. Trail runner trentino di Mori, idraulico nell’azienda di famiglia e atleta del team La Sportiva, ha scoperto il trail nel 2011 quasi per scommessa, debuttando direttamente su una 70 chilometri e chiudendo settimo. Da allora la corsa è diventata una seconda vita, costruita tra giornate in cantiere, allenamenti serali e decine di gare ogni anno.
Al Dolomiti di Brenta Trail ha vinto due volte, nel 2017 insieme a Gianni Penasa e nel 2022 con Alex Cavallar, condividendo in entrambi i casi il traguardo. «Il Brenta Trail per me ha significato e significa molto. All’inizio era semplicemente una gara organizzata da amici nel posto che più amo. Negli anni è diventato un appuntamento imperdibile perché per me correre in Brenta è come correre a casa. Tutto ciò che cerco da una competizione qui lo trovo, con il surplus di godermi per un’intera giornata quelle che considero le montagne più belle del mondo».
Dieci anni dopo, l’emozione è ancora la stessa. «Rinuncerei a un Mondiale pur di essere qua. Sono passati dieci anni e ritrovo le stesse emozioni. Ogni volta che sono allo start fantastico già su quello che mi aspetta l’anno dopo».
Anche le due vittorie raccontano la sua idea di trail. «Per i puristi della prestazione non sono arrivi da fare. Per me invece sono stati momenti condivisi con persone che, come me, hanno dato tutto. L’arrivo in coppia mi sembrava la degna conclusione di due giornate speciali».
E al Brenta che compie dieci anni augura «altri cento anni di vita, trasmettendo emozioni, pelle d’oca e “wow” detti sottovoce. Manifestazioni così meritano di diventare vere colonne del trail running, perché valorizzano e danno lustro a un territorio incredibile».
ALESSANDRO BETTEGA: «LA FORZA DELLA GARA SONO LE PERSONE»
Dalla parte di chi la gara la costruisce c’è Alessandro Bettega, presidente di Molveno Holiday e albergatore di quarta generazione alla guida del Grand Hotel Molveno, struttura legata alla sua famiglia da oltre un secolo. Una storia personale profondamente intrecciata a quella turistica di Molveno, alla quale si aggiunge la passione per le quattro ruote e i rally. «Dieci anni sono tanti e non è neanche scontato riuscire a farli tutti. La gara di oggi assomiglia a quella iniziale perché era proprio così che volevamo farla. E anche lo spirito non è cambiato».
Dietro un solo giorno di corsa ci sono mesi di lavoro. «Gli ultimi dieci giorni sono i più febbrili, ma si inizia a febbraio-marzo con le richieste amministrative e gli incontri del gruppo di lavoro. Penso che la forza della gara sia proprio il team, volontari compresi».
Ed è proprio il rapporto creato con le persone ad averlo sorpreso di più: «Volontari, sanitari e tutti quelli che collaborano si sono affezionati alla gara. Oggi questo giorno è atteso durante l’anno e vengono veramente volentieri a fare servizio. È una cosa che ci riempie di gioia».
Al centro resta però la montagna. «La nostra gara è fatta anche per far conoscere il territorio, perché chi ama questo sport possa, in totale simbiosi con l’ambiente, godersi panorami e percorsi. Qui per raggiungere certi luoghi devi andare a piedi, devi conquistarti il rifugio. È una bella metafora: far fatica per arrivare all’obiettivo».
E anche il futuro dovrà rispettare l’identità delle origini. «Spesso ci hanno chiesto perché non puntiamo su atleti più forti a livello mondiale o su premi importanti. In realtà la nostra gara è sempre stata pensata per l’appassionato. Spero che questo spirito non cambi mai».
CARLOTTA: «DOPO DIECI ANNI PENSO SOLO: DEVO ESSERCI»
E poi ci sono quelli senza pettorale. Carlotta c’era già all’edizione zero e da allora non ha mai mancato un appuntamento. «La mia motivazione nasce dai miei genitori, che mi hanno sempre insegnato il valore del volontariato: dare una mano senza aspettarsi nulla in cambio. Qui ho capito cosa significa esserci per gli altri, contribuire a qualcosa per la nostra comunità e sapere di aver fatto, anche nel mio piccolo, parte di questa giornata».
Per lei il Dolomiti di Brenta Trail comincia molto prima dello start. «Aspettiamo con trepidazione il messaggio che chiede il nostro aiuto. È un’emozione difficile da spiegare a chi non la vive direttamente: sai che tra qualche giorno saremo tutti parte di questo grande giorno e tutto sembra fermarsi sulle nostre bellissime montagne».
Poi ci sono gli atleti. All’inizio solo pettorali da aiutare a un ristoro o ai quali indicare la strada. Dopo dieci anni, molti sono diventati volti da aspettare. «Con il tempo riconosci i visi e aspetti di rivederli. E quando arrivano pensi: “Ecco, ci siamo anche quest’anno. La gara può iniziare!”».
Ma soprattutto il Brenta è diventato una storia di famiglia. Suo padre, classe 1945, e suo zio, classe 1938, sono ancora volontari. Sua figlia è cresciuta dentro la manifestazione ed è ormai considerata una piccola mascotte: «Quest’anno mi ha chiesto di saltare un giorno di scuola perché non può non preparare i pacchi gara. Quando vedo che tutti, dai figli al marito, al papà e allo zio, sono coinvolti, capisco che siamo fortunati».
Infine passa l’ultimo atleta. Le “scope” raccolgono i segnali e sui sentieri torna il silenzio. «Gli atleti, con tutta la stanchezza che hanno in corpo, hanno ancora la forza per ringraziarti. Questa è una cosa che ti riempie il cuore. Dopo dieci anni, alla fine della gara non rimane solo la stanchezza: pensi di esserci già l’anno prossimo».
Un atleta che rinuncerebbe a un Mondiale pur di esserci. Un organizzatore che dopo dieci anni vuole proteggere lo spirito con cui tutto è cominciato. Una famiglia che ha trasformato il volontariato in una tradizione da tramandare.
E poi le Dolomiti di Brenta, sempre lì, sopra Molveno.
Il 5 settembre, per la decima volta, la gara può iniziare.
03/09/2026
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